aderisce alla FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

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31/10/14

Comunicato stampa Comitato Trentino L'Altra Europa con Tsipras

Trento, 31/10/14
  
COMUNICATO STAMPA - TSIPRAS
  
Alla luce delle recenti dichiarazioni del presidente Ugo Rossi, apparse sui giornali locali per confermare i contributi pubblici alla scuola paritaria Sacro Cuore di Trento, si rende necessario portare a conoscenza di cittadine e cittadini, attraverso gli organi di informazione locali e nazionali, quanto realmente accaduto.
Il 16 luglio 2014 abbiamo appreso di un grave atto di discriminazione omofobica compiuto da Suor Eugenia Libratore, in qualità di “gestore della scuola”, nei confronti di una docente che, con contratto a tempo determinato, aveva insegnato nella scuola media dell’istituto per cinque anni. La docente, il cui contratto si era concluso il 30 giugno, convocata dal “gestore della scuola”, si è trovata coinvolta in un colloquio inquisitorio circa il suo orientamento sessuale con negazione della possibilità di rinnovo dello stesso contratto ed evidente perdita di chance lavorativa.
Abbiamo denunciato l’episodio ritenendolo lesivo dei diritti delle persone ed esemplare per sostenere la nostra contrarietà al finanziamento delle scuole paritarie, che sottraggono risorse economiche alla scuola pubblica sempre più povera anche in Trentino.
Come si evince dalla lettura degli atti ufficiali “La madre dice di aver voluto fugare i dubbi sulla corrispondenza dell’insegnante rispetto al progetto della scuola di matrice cristiana e nello specifico legato all’orientamento sessuale dell’insegnante. La madre avrebbe voluto o la smentita o la conferma delle voci circolate nella scuola e anche all’esterno”
La lettura degli atti fuga, invece, ogni dubbio sulla discriminazione omofobica messa in atto dalla Madre, le cui parole testuali affermano: “l’oggetto del colloquio era fugare alcuni dubbi su voci sentite sul conto dell’insegnante nello specifico sull’esistenza di una compagna. In pochi minuti la professoressa non ha né smentito né affermato di avere una compagna. L’insegnante ha risposto con sdegno definendo la questione medievale. La docente si è quindi alzata e se n’è andata non dichiarando mai pubblicamente la sua identità”
La suora ha giudicato tale atteggiamento arrogante, ma soprattutto ha negato alla docente un rinnovo di contratto, avendo “rafforzato il convincimento che si trovava di fronte ad una persona con problemi” e, negli atti, fa riferimento esplicito ad una dichiarazione di papa Ratzinger secondo cui “la tendenza omosessuale è un disordine oggettivo e richiama una preoccupazione morale”. Tutto ciò nonostante le attestazioni di stima professionale verso la professoressa raccolte in modo informale, ma anche riscontrate nelle stesse dichiarazioni della suora: “volevo valutare la possibilità di inserimento alle superiori, partendo da una considerazione positiva rispetto all’operato nella scuola” Quindi, la scuola ha attuato una discriminazione in clamorosa violazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico, che sancisce il principio generale di parità di trattamento, in attuazione dei principi di cui agli artt. 1, 2, 3 e 4 della Costituzione e, attraverso lo Statuto dei diritti dei lavoratori, sanziona con la nullità qualunque patto o atto diretto a subordinare l’occupazione di un lavoratore o recargli altrimenti pregiudizio basato sull’orientamento sessuale. Il D.Lvo 216/2003 specifica ulteriormente il principio di non discriminazione, imponendo parità di trattamento a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici, al di là delle convinzioni personali, dell’età, dell’orientamento sessuale sia nel settore pubblico che privato, facendo riferimento anche ai criteri di selezione e alle condizioni di assunzione.
Ciò impone, di fatto e senza alcuna ambiguità, il divieto di discriminazione in ambito lavorativo e, in riferimento agli enti religiosi, benché istituti di tendenza, rimane fermo il divieto di discriminare in base all’età e all’orientamento sessuale.
L’Istituto Sacro Cuore, che non ha mai smentito le dichiarazioni pubbliche del “gestore della scuola”, escludendo il rinnovo del contratto di lavoro ad un’insegnante di una disciplina curricolare obbligatoria in base al suo orientamento sessuale, ha pertanto posto in essere una discriminazione vietata e sanzionata.
Le conclusioni della Giunta Provinciale suscitano preoccupazione e indignazione perché non sono congruenti rispetto a quanto risulta dagli atti ufficiali. Addirittura, come si legge sul Trentino del 7 ottobre, il presidente dichiara che “è emerso un esito assolutamente confortante sia dal punto di vista formativo che da quello del clima interno. Per questo si è deciso di confermare la parificazione della scuola”.
Come si conciliano queste dichiarazioni con quanto si legge nei verbali dell'ispezione? Come si conciliano le decisioni della Giunta Provinciale con il rispetto della Costituzione e dei diritti di tutte e di tutti?
Come si traduce in azioni concrete l’obbligo di trasparenza verso i cittadini e le cittadine da parte degli amministratori, che evidentemente hanno, almeno in questo caso, alterato i termini della questione? E, nello specifico, quali sono i contenuti delle comunicazioni inviate al Ministero dell’Istruzione come esito dell’indagine svolta?
Noi chiediamo, attraverso la stampa e attraverso una comunicazione ufficiale inviata al MIUR e al Presidente della Repubblica, che si prenda visione di tutti i documenti raccolti affinché sia valutato a livello ministeriale lo status di scuola paritaria in presenza di una così palese violazione dei diritti civili, dello statuto dei lavoratori e delle lavoratrici, della Costituzione.

25/09/14

QUESTIONE ARCESE: ANCORA LICENZIAMENTI ?



Di seguito l'articolo di oggi sul quotidiano Trentino in merito alla questione Arcese.


Vi ricordo l’operazione di leaseback con cui la Provincia Autonoma di Trento nel 2009 ha acquistato da Arcese per 18,6 milioni di euro un’area di 47mila mq per poi riaffittarla all’azienda, operazione che mirava allo sviluppo del traffico su rotaia e vincolava l’azienda a mantenere 791 dipendenti nelle sue sedi in provincia di Trento. 

Mi pare chiaro che se Arcese non rispetta i patti, deve restituire alla Provincia (e quindi alla collettività trentina) quei 18,6 milioni di euro.

Daniela Tonolli



Il taglio di 120 lavoratori su settanta da parte di Arcese con chiusura del «piazzale» (punto base di mezzi e autisti) di Rovereto è stato annunciato a Roma lunedì. Sollevando l’indignazione dei Cobas, che ricordano i cospicui finanziamenti che Arcese ha avuto dalla Provincia in cambio del mantenimento dei livelli occupazionali. «E’ verissimo - dice l’assessore Alessandro Olivi - e aggiungo che non accettiamo deroghe d’imperio agli impegni presi. Gli accordi sono ancora pienamente in vigore. Una riduzione così drastica e significativa se fosse confermata sarebbe semplicemente inaccettabile». Lo stesso Olivi ha sentito ieri l’azienda. Ed il quadro che è stato tracciato e diverso, almeno dal punto di vista dei lavoratori roveretani. Il loro numero, dice lo stesso Olivi, dovrebbe essere tra i 40 e i 45 e non sarebbero licenziati, ma ricollocati. Venticinque dopo un corso di formazione a spese di Arcese, in una azienda trentina che occupa di trasporto di persone, gli altri all’interno della stessa Arcese, ma nel ramo che si occupa di cartiere. E’ la proposta che Arcese intende sottoporre al sindacato al prossimo incontro. Ma la Provincia come la valuta? «Dal punto di vista dei singoli lavoratori può essere una soluzione valutabile positivamente, ma dal nostro no, o almeno non da sola. Nel senso che l’esclusione di licenziamenti è il requisito minimo indispensabile perché ci si possa mettere ad un tavolo, ma non è certamente una risposta sufficiente. La Provincia ha investito molto su Arcese facendo un discorso di prospettiva, con la condizione che non solo il polo trentino dell’azienda non fosse smantellato, ma che anzi diventasse il fulcro delle attività più moderne: la logistica, l’autostraporto innovativo. Quei comparti che sembrano avere più futuro. L’indebolimento dell’asset non può rientrare in quell’accordo, nemmeno se i lavoratori sono ricollocati altrove». E quindi? «Quindi così com’è la decisione di Arcese per noi è inaccettabile. Se possiamo considerarla l’apertura di un confronto, e quindi un punto di partenza per una discussione complessiva, il discorso può cambiare. Ma Arcese non pensi di cavarsela con la sola ricollocazione del personale che deciderà di tagliare. Se ci siederemo ad un tavolo sarà per ridefinire l’accordo siglato allora in una trattativa nella quale sappiamo di avere dei diritti da far valere. Il taglio di 40 posti di lavoro può anche non essere un tabù, ma a questo punto prolungando nel tempo l’obbligo di mantenimento dei nuovi livelli occupazionali e rafforzando le garanzie di potenziamento del polo trentino puntando meno sui camion e più sulla logistica». (l.m)


17/09/14

CHI SONO I VERI LADRI ????

La buonuscita di 27 milioni di euro per Montezemolo cacciato dalla Ferrari per scarsi risultati, è un insulto alle lavoratrici e ai lavoratori italiani che per guadagnare quella cifra debbono lavorare 2000 ANNI. In un paese in cui i lavoratori non arrivano alla fine del mese, che la ricchezza da loro prodotta venga regalata da Marchionne ad un dirigente ha un nome solo: E' UN FURTO, UNA RAPINA AI DANNI DEI LAVORATORI DA PARTE DEI MANAGER E DEI PADRONI !
UNA RAPINA IGNOBILE CHE PARLA DI UNO SFRUTTAMENTO BESTIALE INCONCEPIBILE IN UNA SOCIETA' CHE SI VUOLE CIVILE.  I 27 milioni a Montezemolo sono un furto e parlano della BARBARIE DEL CAPITALISMO NEOLIBERISTA IN CUI VIVIAMO e che ci fa credere - con la complicità dei mezzi di informazione -  che "non ci sono soldi" !!!

05/05/13

primo maggio - festa dei lavoratori

Risulta assai complicato comprendere la partecipazione di rappresentanti di Confindustria assieme a quelli dei lavoratori durante la celebrazione della giornata del primo maggio in alcune piazze italiane. La festa dei lavoratori appartiene solo a chi crea valore e non a chi guadagna sulle loro fatiche.
La crisi economica è stata causata da un modo di produzione che non bada al soddisfacimento dei bisogni della collettività ma che fa dell’appropriazione privata del valore prodotto dalla manodopera durante ciascuna giornata lavorativa il proprio gruzzolo, che poi investe per accrescere il proprio profitto senza mai pensare agli effetti che comporta la sovrapproduzione. La crisi da sovrapproduzione si era manifestata già negli anni ’70 ma il passaggio degli investimenti dalla forma di capitalismo di produzione a quella di capitalismo finanziario ne ha posticipato gli effetti. Il capitalismo è nella sua fase terminale perché non riesce più a sviluppare la produzione ma ha la possibilità di riprendersi attraverso due soluzioni: capitolazione della classe lavoratrice attraverso continui sacrifici o guerra imperialista per registrare nuovi rapporti di forza fra paesi.
A queste soluzioni va contrapposto un movimento di massa internazionalista dei lavoratori e dei giovani per un nuovo modo di produzione gestito coscientemente e collettivamente dal basso.
Come organizzare un movimento di massa? Attraverso una direzione che non si comprometta con un sistema economico marcio. La rielezione di Napolitano e la formazione del governissimo Pd-Pdl hanno dimostrato chiaramente che il riformismo non è altro che una delle facce della borghesia. Come in Grecia ed in Spagna, anche in Italia abbiamo bisogno di un partito e di un sindacato di classe, che sappiano organizzare ed indirizzare correttamente e unitamente i lavoratori ed i giovani per cambiare veramente e senza disperdere in mille rivoli la loro forza. Le forme di organizzazione tradizionale in partiti e in sindacati non sono uno strumento vecchio e inadeguato: solo le loro direzioni che spesso non sono all’altezza e che spesso arrivano ad avere paura perfino della forza dei loro rappresentati e che quindi si rifugiano sotto l’ala “rassicurante” del riformismo, che cerca di depotenziare e deviare la voglia di cambiamento giustificata che anche in Italia si fa sentire.

Mirko Sighel
Segretario circolo Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

14/04/13

La partita Subaru

La partita Subaru non è affatto chiusa. Nonostante Tokio abbia deciso di spostare l’attività a Milano, i lavoratori ed il sindacato non devono darsi per vinti. Se sicuramente sono stati commessi degli errori nel permettere il proseguimento dell’attività di uscita di materiale dal magazzino e nel dare fiducia all’intermediazione dell’ente pubblico con il padrone, rimangono il patrimonio umano ed un immobile dislocato in un punto vantaggioso per l’insediamento di una nuova attività distributiva o produttiva. E’ chiaro che a questo punto non esiste più alcun margine di trattativa con la casa giapponese ed il sindacato non ha altra alternativa che chiedere l’esproprio dell’immobile senza alcun indennizzo promuovendo anche con il sostegno dei servizi della P.a.t. la ricerca di un nuovo soggetto commerciale o in alternativa si riconverta l’attività dal settore distributivo a quello produttivo ripubblicizzandola e dandola in gestione direttamente ai lavoratori dopo averli adeguatamente formati. Ormai la situazione economica in Vallagarina non può più considerarsi come una questione di natura economica ma sociale. Centinaia di famiglie rischiano nei prossimi mesi di perdere il lavoro ed è necessario che i lavoratori, organizzati dal sindacato, si coordinino insieme per poter fronteggiare insieme il problema del depauperamento del tessuto produttivo e distributivo senza aspettare che siano i padroni o l’ente pubblico a gestire per conto loro il loro futuro e quello delle loro famiglie. L’unità dei lavoratori moltiplica la loro forza ed il sindacato deve agire per organizzarla. Si convochi al più presto un’assemblea territoriale di tutte le realtà lavorative in difficoltà aperta agli altri lavoratori per organizzare assieme un’azione collettiva efficace contro la crisi.
Mirko Sighel
Segretario Circolo Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

31/03/13

La situazione economica in Vallagarina sta precipitando

La situazione del tessuto produttivo lagarino sta precipitando. Dalla Subaru all'Opt, da Arcese a Marangoni si assiste al ricatto aziendale nei confronti dei lavoratori. I padroni finché possono minacciano gli esuberi per "dare fiato" ai propri bilanci attraverso i bancomat pubblici di P.a.t. e Inps altrimenti come nel caso di Opt il problema è di delocalizzare per produrre a minori costi per continuare a garantirsi il profitto privato.
La gestione della vertenza Subaru dimostra come sia assolutamente insufficiente l'appello accorato delle istituzioni trentine al buon cuore della multinazionale. Il territorio accogliente e le buone pratiche di relazioni industriali precipitano velocemente nel dimenticatoio quando si tratta di fare quattrini con la garanzia che gli immobili, le attrezzature e la merce non vengano toccate per non infrangere il tabù dell'esproprio per pubblico interesse. Per quale alta ragione morale o pratica Olivi o il presidente del consiglio provinciale Dorigatti non si fanno promotori di chiedere l'esproprio senza indennizzo di chi sta espropriando il presente ed il futuro di decine di famiglie? O è meglio rimanere compromessi con il principio "inviolabile" della libertà di impresa e dell'appropriazione privata delle attività produttive chiedendo tavoli su tavoli e fornendo iniezioni di denaro pubblico nelle tasche dei privati?
Qui non si tratta di tappare i buchi pensando che la crisi sia passeggera o isolabile ad un quartiere o a qualche zona: siamo difronte ad una crisi internazionale del capitalismo e gli strumenti della concertazione sociale per garantire ai privati il consolidamento dei propri guadagni e ad alcuni settori del sindacato la funzione di accompagnatori istituzionali non reggono più. Non ci si può permettere di assistere allo svuotamento dei magazzini senza fare alcunché.
Si ripubblicizzino queste aziende, si esproprino senza indennizzo i padroni e se necessario si riconverta l'attività espropriata; è necessario che siano i lavoratori a gestire e controllare direttamente le aziende nell'interesse collettivo ed il sindacato deve unire le varie vertenze sul territorio per costruire con i lavoratori la lotta più ampia per il mantenimento del tessuto produttivo. Se Olivi non percorrerà questa strada la dovranno percorrere i lavoratori.


Mirko Sighel
Segretario circolo Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

18/03/13

La fuga delle imprese dalla Vallagarina

Cambiano gli attori ma non cambia l'atteggiamento della grande impresa operante in Vallagarina. Arcese Trasporti, dopo Marangoni e Subaru, parte all'attacco dei lavoratori. In tutti tre i casi le aziende hanno ottenuto agevolazioni cospicue da parte dell'ente pubblico e adesso minacciano tagli di personale e delocalizzazioni. I milioni di euro che la P.a.t. ha versato per i capannoni, per i macchinari e per opere stradali sono troppo poco per i padroni, gonfi di soldi pubblici e pronti a facili guadagni. La provincia trentina ha avuto il merito di investire molte risorse pubbliche nello sviluppo dell'economia ma la propria dirigenza provinciale ha avuto il grande demerito di indirizzare il denaro per lo sviluppo delle attività produttive a soggetti privati e per di più senza verificare come venisse utilizzato e che mantenesse l'occupazione del personale. Per essere più chiari: alcune grandi imprese sono mantenute dalla P.a.t, che investe denaro pubblico per il profitto privato. E' uno scandalo che ora Arcese minacci di licenziare 150 lavoratori quando ha uno scalo merci a propria disposizione e ha avuto gratis il polo logistico di Mori Stazione, pagato con quasi venti milioni di euro pubblici. Avrebbe potuto la P.a.t. essere più accorta nella gestione dei finanziamenti? Certamente, tant'è che non è notizia di oggi che Arcese stia spostando la propria attività nei paesi dell'est Europa ed utilizzi camionisti con contratti di lavoro molto meno onerosi di quello italiano. Come per Marangoni è necessario che l'assessore provinciale Olivi si faccia promotore dell'esproprio dell'attività dell'autotrasporto senza alcun indennizzo nei confronti di chi usa l'ente pubblico e gli ammortizzatori sociali come un bancomat e poi investe altrove per mantenere il proprio margine privato di reddito. I lavoratori di Arcese come quelli di Marangoni hanno sicuramente più a cuore dei rispettivi proprietari la salute delle due aziende ed è giusto che siano loro ad esercitarne la gestione ed il controllo.

Mirko Sighel
Segretario circolo Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

11/01/13

La liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali a Rovereto

La giunta Miorandi accetta la liberalizzazione permanente degli orari di apertura degli esercizi commerciali. D'ora in poi tutti faranno quello che vogliono: potranno tenere aperti i negozi di notte e tutte le domeniche che vorranno. Il sindaco Pd anticipa tutti gli altri primi cittadini della provincia per adeguarsi ai dettati della corte costituzionale, la quale si è adeguata ai dettati europei sulla concorrenza prescritti da Ue, Bce e Fmi.
I piccoli negozi, per non rischiare di perdere quel poco di mercato che si contendono con gli altri esercizi di vicinato e che faticosamente contendono ai centri commerciali, saranno costretti ad adeguarsi alle lunghe aperture ma, mentre i grandi negozi hanno un volume d'affari maggiore, maggiori disponibilità finanziarie e la possibilità di realizzare economie di scala, ai piccoli esercizi verranno succhiate le ultime risorse, impoverendo ulteriormente il tessuto commerciale cittadino. Questo è il sistema capitalista. I lavoratori verranno invitati a procrastinare i riposi, a non ammalarsi perché l'Unione commercio risparmia soldi pure sulla salute di questi e a non avere una propria vita sociale e poco importa se qualche operatore si lamenta: se non gli va bene c'è un esercito di disoccupati pronti a sostituire i novelli fannulloni per garantire i margini di profitto ai datori di lavoro alle condizioni che questi ultimi dettano. Tutto questo mentre il potere d'acquisto dei salari è calato del 13,2% a partire dal 2008 e nel 2012 la contrazione dei consumi si è attestata al 4,7%.
Nulla giustifica quindi un'ulteriore spremitura dei lavoratori se non la sete di guadagno di chi ogni giorno si lamenta e poi si rifà sui propri lavoratori subordinati o a chiamata, chiede al Comune contributi pubblici per rivitalizzare la città con manifestazioni ed intrattenimenti vari, ottiene finanziamenti pubblici a fondo perduto dalla P.a.t. per migliorare la qualità della propria attività nei centri storici e disdice i contratti collettivi territoriali di lavoro del settore del terziario per fare cassa sulla propria manodopera.
I lavoratori non sono schiavi e solo una gestione ed un controllo diretti da parte loro della produzione e della distribuzione dei beni e dei servizi permetterà alla società di soddisfare in maniera migliore i propri bisogni.

Mirko Sighel
Segretario circolo Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

08/11/12

Miorandi, i servizi pubblici e il tessuto produttivo del territorio roveretano

La soluzione ai problemi del bilancio comunale è sempre la stessa: tagli alla spesa pubblica per risanare i debiti contratti dall'ente e società partecipate con le banche. Il sindaco Miorandi dovrebbe preoccuparsi del depauperamento del tessuto industriale e garantire un'efficace erogazione dei servizi piuttosto che garantire il pagamento dei mutui a chi non ha fatto altro che lucrare con i debiti e i servizi pubblici e ora fa pagare la crisi ai cittadini attraverso esternalizzazioni di servizi che scaricano i risparmi di spesa sui salari di lavoratrici e lavoratori, liberalizzazioni che non hanno mai fatto abbassare le tariffe e riduzione e privatizzazione di servizi, come ad esempio i trasporti pubblici, che vanno a discapito anche dei soggetti più deboli.
Perché mai i cittadini dovrebbero pagare debiti che non hanno prodotto loro? Se Miorandi intende garantire la continuità delle prestazioni pubbliche non ci sono altre soluzioni che il rifiuto del pagamento dei debiti contratti con le banche e la reinternalizzazione dei servizi pubblici dati in gestione ai privati assumendo le lavoratrici ed i lavoratori.
Miorandi auspica che i risparmi di spesa possano essere reinvestiti nel settore privato ma è giusto ricordargli che ha gioito per il polo della meccatronica ma questo non sta portando alcun beneficio di rilievo e anzi, dopo i milioni di euro investiti dall'ente pubblico nel polo e nell'acquisto di capannoni, i padroni di Confindustria ne chiedono il controllo e mettono la manodopera in cassa integrazione o in mobilità per garantirsi profitti e socializzare i costi aziendali.
Chi ha lucrato finora sui servizi pubblici e sui finanziamenti pubblici deve essere espropriato e i servizi e le grandi fabbriche devono tornare sotto l'esclusivo controllo pubblico e gestiti direttamente dai lavoratori per soddisfare i bisogni della collettività.

Mirko Sighel
Segretario del Circolo della Vallagarina del Partito della Rifondazione comunista

11/10/12

presidio Filcams e sciopero Sait - PRESIDIO DALLE ORE 14.30 di oggi PRESSO LA SEDE DELLA FEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE IN VIA SEGANTINI – TRENTO

SCIOPERO PER L’INTERA GIORNATA DELL’11 OTTOBRE DEI DIPENDENTI SAIT
CONTRO LA DECISIONE DI INVIARE IN DISTACCO 4 LAVORATORI DEL MAGAZZINO
NELL’AZIENDA DI PULIZIE ESTERNALIZZATA “ACTIVA”

Da inizio settimana 4 lavoratori sono stati inviati in distacco presso la Ditta di pulizie esternalizzata “Activa”, contro il parere degli stessi lavoratori e della Filcams Cgil del Trentino.

La Direzione Sait da tempo aveva operato nell’individuazione di un gruppo di circa 40 dipendenti che secondo il giudizio del medico competente non erano più ritenuti idonei alla mansione per la quale
erano stati assunti, che però da anni erano stati posti a svolgere  mansioni alternative.

Negli incontri sindacali svolti in questi ultimi periodi, la direzione aveva sostenuto che per motivazioni legate ai costi aziendali, tale presenza di lavoratori non più idonei comportava difficoltà produttive.
Pertanto da qui la scelta Aziendale di inviare i lavoratori presso altra azienda.

La Filcams Cgil che si è sempre opposta a questa logica mercificatrice dei lavoratori, poco nobile per un pilastro della Cooperazione Trentina, ha ricordato alla Direzione che i lavoratori sono entrati in azienda
sani e se oggi hanno problemi fisici questi sono stati causati anche dal lavoro prodotto per decenni in Sait.

Altra questione sollevata dalla Filcams Cgil del Trentino, anch’essa molto grave, è una mancata risposta dell’Azienda in merito ai criteri utilizzati nella scelta dei 4 lavoratori rispetto ai circa 40 ritenuti
non idonei. Durante tutti gli incontri sindacali la direzione non è stata in grado di motivare le scelte individuali dei prescelti, nessuna motivazione oggettiva è stata espressa. Pertanto i 4 lavoratori sono
stati scelti unicamente sulla base di criteri soggettivi e pertanto discrezionali.

La Filcams Cgil del Trentino opererà fin da subito anche legalmente per ottenere il ritiro del procedimento, per ristabilire principi e rispetto della dignità dei lavoratori coinvolti.
La Filcams Cgil del Trentino ritiene questa una bruttissima macchia  nella storia della Cooperazione Trentina e dei valori che evidentemente vengono esternalizzati a parole e non nei fatti.

PRESIDIO DALLE ORE 14.30 PRESSO LA SEDE DELLA FEDERAZIONE DELLE
COOPERATIVE IN VIA SEGANTINI – TRENTO*.

31/07/12

Comunicato del PRC - Federazione del Trentino - sull'ipotesi di accordo rinnovo Ccnl ferrovieri

Fra pochi giorni, tra il 30 luglio ed il 2 agosto, si terrà il referendum fra i lavoratori delle ferrovie, che saranno chiamati ad esprimere il loro parere sull’ipotesi di rinnovo del CCNL Attività
ferroviarie e del contratto aziendale del gruppo Fs firmato dalle categorie di CGIL, CISL, UIL, UGL e FAST. Il testo del documento, che “innova” il precedente contratto scaduto per la parte normativa nel 2006 e per la parte economica nel 2008, contiene alcuni elementi
inaccettabili che vanno assolutamente respinti e pertanto invitiamo i lavoratori ad andare a votare esprimendo il loro NO ad un accordo che fa dei diritti e delle tutele carta straccia. Evidenziamo per sommi capi gli elementi peggiorativi proposti.
Il nuovo CCNL ha valenza fino al 31 dicembre 2014 e l’aumento retributivo medio, parametrato per il livello C1 (ex E), è di euro 160 sulla parte tabellare, da suddividere in più tranche nel 2012, 2013 e 2014. In aggiunta è prevista un’una tantum fortettaria di circa 1.600 euro (sempre parametrata per il livello C1). Se confrontiamo l’aumento prospettato con l’aumento del costo della vita riferito al periodo 2009-2014, la perdita del potere di acquisto del salario corrisponde
almeno all’8%.
La beffa si ingigantisce quando si scopre che le OO.SS. intendono accettare l’aumento di orario settimanale per il personale Fs portandolo da 36 a 38 ore, comportando un surplus di personale che viene stimato in quasi 8.000 unità.
La cosiddetta “ottimizzazione” delle risorse avrà conseguenze negative sui turni di lavoro e sui riposi: ad esempio verranno sfruttati più intensamente gli orari di lavoro nel periodo dalle ore 5 alle 24 per il personale di macchina ad agente solo e per il personale di bordo ad
agente unico e l’orario di lavoro nel periodo dalla mezzanotte alle 5 per il personale di macchina a doppio agente; aumenteranno le prestazioni mensili con riposo fuori residenza nei settori Passeggeri e Cargo; si ridurrà nei settori Passeggeri e Cargo la durata del riposo in residenza in seguito a prestazione diurna; si ridurrà la durata del riposo giornaliero in residenza a seguito di prestazione notturna; aumenterà l'orario di condotta ad agente solo e due agenti
nei settori Regionale, Passeggeri e Cargo.
Nel settore degli appalti, già precedentemente indebolito da tagli di fondi e quindi di servizi e dalla proliferazione dei subappalti, viene ribadita la libertà della nuova ditta appaltatrice di decidere in maniera autonoma come riassorbire il personale della ditta cessante,
senza nessuna tutela sicura per le lavoratrici ed i lavoratori.
Il settore ferroviario come il resto dei trasporti pubblici rappresenta un settore nevralgico dell’economia del paese. Da anni è oggetto dell’assalto rapace del grande capitale privato, che anche a causa dell’inerzia dei sindacati è riuscito a mettere le mani sui settori più profittevoli come Trentitalia e l’alta velocità, ad ottenere concessioni a costo zero come Ntv di Montezemolo e Della Valle, deroghe al CCNL e la cancellazione delle tratte utilizzate dai pendolari meno convenienti senza fare investimenti sulla rete, i cui oneri rimangono a carico dello stato (socializzazione dei costi e privatizzazione dei guadagni). La sicurezza dei lavoratori e degli
utenti è sempre più considerata un costo da tagliare. Gli appalti dei servizi vengono affidati con il massimo ribasso, le cui conseguenze ricadono sui lavoratori e sulla qualità del servizio.
Votare NO al referendum deve essere l’inizio per costruire un percorso che porti alla nazionalizzazione del settore sotto il controllo dal basso da parte dei lavoratori per l’interesse collettivo. Dobbiamo essere consapevoli che solo e soltanto i lavoratori hanno la leva per
ribaltare le proprie condizioni e per garantire che il servizio di trasporto pubblico rimanga universale. La battaglia dovrà necessariamente unirsi a quella degli altri settori lavorativi, dal
pubblico impiego al settore metalmeccanico. Bloccare il trasporto significa bloccare il flusso di ricchezza e quindi di profitti dei padroni. I prossimi mesi vedranno l’inasprirsi della lotta dei
lavoratori: abbiamo bisogno di voi come voi avete bisogno degli altri lavoratori. Riprendiamoci il controllo dell’economia; espropriamo la ricchezza espropriataci per poter costruire insieme dal basso, senza padroni e senza caste, una società socialista.

Partito della Rifondazione comunista - Federazione del Trentino

24/06/12

SENTENZA DEL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA -"DISCRIMINAZIONE" NELLE ASSUNZIONI FIAT

di Francesco Piccioni

Il tribunale civile riconosce che nello stabilimento campano c'è stata «discriminazione» nelle assunzioni e ordina di «sanare» la violazione!!!
Che paese civile, doveva esser l'Italia fino a qualche anno fa! Pensate che esistevano delle leggi che riconoscevano ai cittadini il diritto di non essere discriminati in base alle proprie opinioni. Persino sul posto di lavoro! Forse per questo - diranno gli storici futuri - i saggi del sistema finanziario multinazionale pensarono bene di cancellare tutte le leggi che incongruamente difendevano il diritto di ogni singolo dipendente di avere un'opinione propria e di scegliere a quale sindacato iscriversi...
Il futuro è già qui. Ma per ora esistono ancora le leggi e i tribunali sono chiamati a farle rispettare. La Fiom ha ottenuto dal tribunale civile di Roma (non «del lavoro») la «madre di tutte le sentenze»: quella che impone alla Fiat - pardon, alla Fabbrica Italia Pomigliano (Fip) - di assumere 145 ex dipendenti iscritti alla Fiom. Per sovrappiù, la Fiat dovrà corrisponedere a ognuno dei 19 ricorrenti un «danno esistenziale» pari a 3.000 euro. Sentenza inappellabile, subito esecutiva.
Il perché e il «quanti» è scritto nella legge, anzi in due. La cosa stupenda - una vera vendetta della logica e della storia - è che una delle due porta addirittura la firma di Maurizio Sacconi, il pasdaran passato alle cronache come ministro «del lavoro» (sì, lo so, anche questa suona strana..). Che ieri deve aver avuto seri problemi di fegato prima di dichiarare che «il provvedimento giudiziario è emblematico dell'anomalia che contraddistingue la giustizia italiana».
Il meccanismo è stato spiegato da un raggiante avvocato Lello Ferrara. Il contributo di Sacconi è rinchiuso in una procedura chiamata «ricognizione sommaria»; un po' meno di un processo, un po' di più di una «ricognizione semplice». Una cosa pensata per accelerare le «inutili lungaggini» che spingono certi giudici del lavoro a ostacolare il procedere delle imprese. Grazie; può servire anche in senso opposto (come sa chi sa di legge...).
La seconda è invece il semplice recepimento di una direttiva europea (e anche qui la logica si vendica...) in chiave di «pari opportunità». Un'indicazione anti-discriminazione che vale però anche nei casi di assunzioni al lavoro: nessuno/a può essere svantaggiato a causa delle proprie opinioni o tessere sindacali. Ineccepibile, nevvero?
E infatti non c'è eccezione che tenga, nemmeno a Pomigliano. Dove la Fiat, chiudendo e riaprendo come newco («un imbroglio», lo definisce Andrea Amendola, «contro la Fiom e tutti i sindacati dissidenti»), ha riassunto 2.091 dei 4.500 dipendenti originari. Di questi, nessuno tra gli iscritti alla Fiom. La quale, al momento del change aveva 623 iscritti, poi ridottisi a 382 a causa dei ricatti individuali (telefonate, avvertimenti, messaggi trasversali, ecc); ulteriormente scesi di 20 unità quando, di fronte all'alternativa «ti assumo solo se stracci la tessera», altri hanno ceduto. Bene, ha detto il giudice di Roma: 362 iscritti sono l'8,75% dei vecchi dipendenti di Pomigliano, quindi la Fiat deve assumerne almeno 145. In base alle disposizioni che vietano la discriminazione per qualsiasi ragione.
La legge prevede l'esame anche della «prova statistica». E uno statistico ha dimostrato che un'eventualità del genere (nemmeno un iscritto su tot assunti) si verifica una volta ogni 10 milioni. Insomma: la Fiat ha scientificamente scartato tutti quei vecchi dipendenti che avevano avuto qualche frequentazione col sindacato guidato da Maurizio Landini. Per avere una fabbrica popolata di schiavi obbedienti, da sottoporre al «rito dell'acquario» quando sbagliano qualcosa. Come a Guantanamo, pare.
Per una volta, anche Landini si fa prendere dalla commozione, come tutti i protagonisti del tavolo Fiom (Franco Percuoco, Ciro D'Alessio, oltre ad Amendola). E ringrazia la stampa che ha tenuto in primo piano la vicenda, dandole rilievo politico. Soprattutto ringrazia i suoi «ragazzi» che hanno messo la dignità di tutti davanti all'interesse individuale. E annuncia che la Fiom non userà questa sentenza per pretendere il «rispetto di una quota» fissata dal giudice. Le tute blu pretendono invece che a Pomigliano siano riassunti tutti i 4.500 dipendenti che c'erano, senza guardare alle tessere sindacali. «Il mercato non tira abbastanza?». Bene, si faccia come in Volkswagen, qualche anno fa: redistribuzione del lavoro, riduzione d'orario e contratti di solidarietà (a Wolfsburg: 27 ore settimanali, con integrazione di cig). Se davvero la Fiat «crede nel suo progetto», le sarebbe facile accettare; non avrebbe senso perdere tante competenze. Se non lo fa è la prova che «non ci crede nemmeno lei».
Perché «questa sentenza sana una ferita, ma non risolve tutti i problemi». La garanzia dei diritti e dell'agibilità dovebbe essere il compito del governo e delle forze politiche; che da due anni tacciono (nel migliore dei casi) davanti allo scandalo del« modello Pomigliano». Davanti a un'azienda che se ne frega delle leggi e della Costituzione. Ma anche perché c'è un problema di investimenti promessi e non fatti, di un «piano industriale» sconosciuto a tutti e di un evidente allontanamento progressivo della Fiat dall'Italia. «È in gioco un intero settore industriale», ricorda Landini.
È lotta civile in senso stretto. Il tribunale che ha deciso non era «del lavoro». Si è pronunciato sui diritti fondamentali (art. 4 della Costituzione e egualianza), non su accordi te,poranei. Sarà un caso, ma a tarda sera la Fiat era ancora letteralmente senza parole. Ricorrerà in appello, ovvio. Ma non osa dire nulla. Apparirebbe davvero incivile.
da Il Manifesto, Venerdì 22 Giugno 2012